Riflessione post voto comune di Verona


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Abbiamo perso, la sconfitta è stata pesante, non tanto nei numeri, ma perché abbiamo sprecato un’occasione storica, di fronte a due coalizioni di centro destra divise nella tornata elettorale veronese.

Il ballottaggio era per noi il risultato minimo.

La delusione è profonda.

Quando ci capiterà ancora questa occasione?

Non sono fra quelli che pensano che la responsabilità sia di Michele Bertucco e dei suoi elettori. Bertucco ha scelto di escludersi giocando la sua partita in coerenza con le sue idee e scendendo in contrasto con il PD, suo vero obiettivo.

Né sono fra quelli che pensano che se avessimo evitato rotture con Michele o fatto un’alleanza con lui saremmo andati al ballottaggio. Non è così, basta leggere i dati.

I voti delle liste di Bertucco sono stati 4.691 mentre quelli della Civica Salemi sono stati 5.603, 1.000 in più per la Salemi, gli elettori di quest’ultima lista probabilmente non ci avrebbero votato se ci fossimo ancora alleati con Michele e con il mondo massimalista e antagonista che in parte lo sosteneva. La stessa cosa sarebbe stato probabilmente per gli elettori di Michele. Però con il senno del poi è lastricata la storia della politica italiana.

Tralascio la ricerca delle candidature civiche mai facilitate da Michele. Qui hanno già scritto e detto in tanti in questi mesi.

Le coalizioni funzionano se sono vere, se sono costrizioni non portano risultato, anzi sono percepite negativamente. Per questo il chiarimento con Michele andava fatto prima. Ma la storia la conosciamo.

Il suo è stato un partito nel partito, sostenuto da una parte della classe dirigente veronese del Partito Democratico di Verona, non in sintonia con la nuova svolta sul piano locale e nazionale.

Il mio non vuole essere un giudizio di merito, non spetta a me, ma un giudizio di metodo sì. Chiarezza andava fatta prima. Non è più possibile nella società della semplificazione, della velocità e della libertà di voto tenere assieme quello che assieme non può più stare. In termini comunicativi è deflagrante.

Ma immaginare ora che la responsabilità di non essere andati al ballottaggio sia da addossare a lui lo considero errato.

Come partito abbiamo fatto una scelta politica di non riportare il PD ad un’offerta di sinistra tradizionale, cercando di tenere il più unito possibile il nostro elettorato tradizionale, ma nel contempo provare ad intercettare quell’elettorato che sia alle europee che al referendum avevano già votato in massa il Partito Democratico a trazione Renzi.

Eravamo consapevoli che il centro era affollato, ma contavamo sulla possibile fuoriuscita di elettori dal mondo tosiano e in parte da Forza Italia. La sconfitta al Referendum ha pesato molto, sarebbe stato un altro clima.

Non è stato così, non solo Tosi ha retto, ma partito per ultimo dopo aver ricevuto un no definitivo sul terzo mandato, nonostante in molti avessero sostenuto che lo avrebbe ottenuto, ha imposto la candidatura della senatrice Bisinella al suo interno, è partito contro un sentiment cittadino che non gradiva la candidatura della compagna, per poi recuperare nei sondaggi e negli ultimi giorni agguantare il ballottaggio.

E questa è stata la nostra sconfitta.

Quali le ragioni?

A posteriori credo che una delle difficoltà maggiori sia la gestazione troppo lunga e in ritardo del nuovo PD veronese riformista e non massimalista. Un cambiamento da Bertucco a Salemi che si è realizzato in tempi troppo stretti per essere pienamente capito e compreso dalla città, facendo passare Bertucco per vittima sacrificale, che tutto era ma non certo vittima.

Tempi e modalità hanno indotto a pensare che fosse una operazione interna volta a replicare gli schemi nazionali. Ma non era così.

Purtroppo non si è vista la vera natura politica del cambiamento, troppi i contrasti e le battaglie all’interno del nostro partito, che ha reso il tutto incomprensibile ai veronesi, rappresentandoci come un partito diviso, sempre con posizioni diverse: di fatto inaffidabile per assegnargli la guida di una città

Quando si perde e non si raggiunge un obiettivo occorre avere il coraggio di fare un’analisi lucida e senza sconti.

Voglio fare una considerazione capello a qualsiasi ulteriore successiva argomentazione: Orietta Salemi era per me la candidata giusta, dopo l’esito negativo delle candidature civiche, non solo perché ha vinto le primarie, ma perché rappresentava la migliore interpretazione di quel progetto di Pd riformista che guarda al centro oltre il partito democratico. Per questo Orietta ha vinto le primarie, perché così è stata percepita, come una candidata credibile, riconosciuta dalla nostra base ma anche perché allargava al centro. Lei ha cercato e si è spesa per arrivare a questa candidatura convinta in buona fede come noi di potersela giocare, visto anche i suoi precedenti risultati positivi, che giustamente rivendicava.

Come altrettanto voglio premettere che il segretario provinciale e tutto il partito hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità, prova ne sia che al di là dei sondaggi tutti eravamo convinti prima del voto che potevamo fare un buon risultato e andare al ballottaggio.

Vorrei ringraziare tutti i candidati e i volontari che si sono impegnati a fondo per il buon risultato, sono la nostra vera spina dorsale.

Purtroppo la mobilitazione ha coinvolto principalmente solo i nostri militanti, il popolo veronese è rimasto alla finestra, mancava l’appello motivazionale della campagna elettorale. Questo è stato per tutti i candidati sindaci.

Ad Orietta Salemi, alla quale va tutto il nostro plauso, sincero e non formale, per tutto il lavoro svolto, cosa potevamo chiedere di più?

Sì certo ha fatto qualche errore, chi non lo fa, ma domandiamoci come siamo arrivati a questa candidatura?

Certo ci siamo arrivati tardi, ma non per un calcolo della maggioranza del partito o per un vezzo di Orietta, ma perché fino all’ultimo abbiamo cercato tenacemente, almeno una parte della classe dirigente, di trovare una candidatura civica in primis i nomi di Damiano Tommasi e Gian Paolo Trevisi.

Solo quando questa possibilità è svanita definitivamente abbiamo acceso le primarie, avvenute regolarmente e senza nessuna contestazione.

Un ringraziamento per questo anche a Gustavo Franchetto e Damiano Fermo per lo spirito di collaborazione con il quale hanno interpretato il loro impegno elettorale post primarie. È stata una scelta unitaria che ci ha consentito di presentarci uniti. E questo non era scontato. Credo che non dobbiamo perdere la loro esperienza e dinamicità.

Come sappiamo, non tutti si sono impegnati allo stesso modo, chi ha praticato il voto disgiunto, chi è rimasto più a guardare, chi a criticare, chi a lamentarsi della candidatura civica mancata, ma questi sono elementi fisiologici di ogni campagna elettorale, non possono essere additati come responsabili della sconfitta, anche se comprendo che di fronte a 1.200 voti di differenza anche piccole insufficienze possono essere determinanti.

Ma cerchiamo di stare sugli elementi più significativi.

Provo quindi a ragionare con voi su tre fattori che a mio parere possono aver influito sulle ragioni della sconfitta.

La prima argomentazione è stata la nostra incapacità di presentare liste forti e competitive.

Bisinella e Sboarina hanno messo assieme tante liste, mobilitando tanti candidati.

I numeri ce lo dicono chiaramente: i candidati di tutte le liste che hanno sostenuto Sboarina hanno raccolto 18.100 preferenze circa, i candidati nelle liste a sostegno della Bisinella hanno raccolto 16.500 preferenze, mentre i candidati delle liste che sostenevano Orietta hanno raccolto oltre 13.300 preferenze.

Qui si è giocata la differenza dei 1.200 voti.

La seconda motivazione è stata a mio modo di vedere l’errato posizionamento comunicativo in campagna elettorale scelto da Orietta assieme al suo staff.

Sappiamo tutti come sia importante oggi la comunicazione in campagna elettorale.

Un posizionamento che io definisco poco identificativo.

Bisinella occupava lo spazio della continuità con la Giunta Tosi e Sboarina il posizionamento del cambiamento.

E noi?

La nostra candidata ha scelto, il messaggio è il posizionamento dello sguardo e dell’ascolto di Verona, che non ha sfondato nell’immaginario collettivo per me troppo timido, poco interessante.

La campagna elettorale ha vissuto di uno scontro tra loro con noi terzo incomodo che fra i due litiganti poteva approfittarne. Insomma è mancato il posizionamento forte, un messaggio che bucasse, una certa aggressività comunicativa, una leadership più manifesta.

La stessa campagna elettorale è stata fiacca, per tutti i candidati sindaci, poche grandi novità sui contenuti, pochi e grandi progetti e sfide per la città: di conseguenza la città non si è appassionata come testimonia la scarsa affluenza al voto, circa 10 punti in percentuale in meno rispetto al 2012 e in meno rispetto al calo nazionale.

Di fronte a questa forte sfida tra loro, ognuno dei due contendenti ha mobilitato tutti i propri elettori. Più forte è stato per loro il richiamo per la loro battaglia mentre parte del nostro mondo stava ancora impegnato a discutere: della mancata alleanza con Bertucco, del mancato candidato civico, delle liste deboli, di Renzi… insomma quello che siamo sempre.

Poi nell’ultima settimana quando i toni della sfida si sono alzati siamo stati alla finestra, troppo fiduciosi dei sondaggi e penalizzati da un continuo battage di una nostra intesa sotterranea con Tosi, mai trattata, alimentata ad arte dai nostri detrattori e competitor che per i loro interessi erano e sono più interessati alla sconfitta del PD più che al loro risultato.

Il terzo tema è l’insufficienza del nostro progetto programmatico, preparato con miracoli negli ultimi mesi, senza un disegno complessivo di dove volevamo portare la città. Un collage di tanti punti giusti senza un messaggio forte che rappresentasse l’idea alternativa della Verona che volevamo.

Ci siamo occupati di grandi temi, abbiamo parlato di cose giuste, penso al traforo, alla SS 12, all’Arsenale. Ma così hanno fatto anche gli altri. Ma noi che da 10 anni eravamo all’opposizione dovevamo rappresentare una maggiore novità sul piano del progetto e delle idee, ma purtroppo oltre al ritardo, la babele delle nostre voci è un venir sempre meno di gioco di squadra ha reso e sta rendendo indecifrabile il nostro messaggio.

Abbiamo più interagito con una classe media borghese, più in sintonia con una certa élite culturale della città, che in passato aveva sostenuto la candidatura di Zanotto, insediata principalmente nel centro storico dove noi risultiamo il primo partito; ma non siamo riusciti a rappresentare ai molti veronesi dei quartieri idee e progetti forti, utilizzando linguaggi più in sintonia con l’elettorato più popolare, nonostante un’immagine sobria ed easy della candidata.

Lo sapevamo che nei quartieri avremmo sofferto e in campagna elettorale non siamo riusciti a recuperare. Anche lì abbiamo perso.

Peccato ci avevamo creduto dopo la bella partenza alla Gran Guardia.

Alla fine ha vinto Sboarina per una ragione principale: Verona voleva cambiare e ha deciso di cambiare a destra come nella sua tradizione, anche per un clima nazionale a loro favore, ma anche perché è riuscito nonostante 5 anni di convivenza con Tosi a rappresentare meglio di noi l’alternativa impegnandosi in un progetto come Battiti partito da lontano.

Ultima amara considerazione:

abbiamo ricevuto tante pacche sulle spalle, tanti incoraggiamenti, ma alla fine la città non ci ha voluto, non ci ha riconosciuto, non ha visto in Orietta il timoniere più adatto a guidare il Comune e ora quello che fa più arrabbiare è sentire che in diversi sono rammaricati perché non siamo andati noi al ballottaggio.

Piuttosto del PD e di Orietta Salemi, la città ancora una volta ha preferito al primo turno la destra, barricadiera ed arruffata, piuttosto che dare una mano al PD hanno preferito votare Bisinella/Tosi – Sboarina/Fontana e noi siamo stati schiacciati da questo dualismo di regolamento di conti. È stato uno scontro in casa Lega tra ex leghisti e leghisti Doc.

In questi anni ci siamo troppo impegnati e divisi su regole, congressi, primarie, documenti, ecc. o sulla carta identità: donne, giovani, ecc. tutte cose giuste ma insufficienti, tutte cose che guardano solo al nostro ombelico, interessano poco il nostro elettorato e sono percepite come inutili o dannose da tutti gli altri cittadini,

Dobbiamo ritornare sulla politica, sull’impegno, sul merito e sulle competenze, diversamente limiteremmo sempre di più il nostro bacino elettorale.

Ora dovremmo stare all’opposizione di una Giunta che ha convinto i veronesi, trovare spazi di opposizione tra Tosi, Bertucco e Gennari, con solo quattro consiglieri comunali e Tommaso Ferrari della lista civica che rimarrà autonomo dal PD e formerà in consiglio un gruppo autonomo.

Purtroppo questa sconfitta, che più di altre fa molto male, corre il rischio sul piano locale di annientarci, dobbiamo cercare di stare uniti pur nelle nostre differenze: rimaniamo l’unico partito nazionale rappresentato a Verona in modo ancora significativo con il 17% dopo il 10% del M5S, l’8% della Lega e il 4% di Forza Italia.

Da lì dobbiamo ripartire, dalla nostra comunità, sapendo che dentro un partito si sta per convinzione e non per costrizione, sapendo che la solidarietà politica è un elemento fondamentale per dare all’esterno un’immagine coesa del nostro partito.

Una comunità che deve trovare un punto di sintesi costante e positivo tra gli eletti e la sua classe dirigente locale.

Con oggi inizia la nuova fase congressuale per le elezioni del nuovo segretario provinciale e cittadino; a ottobre avremmo modo di confrontarci su nuove piattaforme politiche e programmatiche.

Non cerchiamo scorciatoie organizzative, occorre ripartire dalla politica, dalle idee e dai progetti, dal merito e dalla competenza.

Il prossimo congresso di Verona ci dirà da quale progetto dobbiamo ripartire e con quale classe dirigente.

Mi auguro che sia un congresso politico, sui contenuti, sui nuovi obiettivi e sulle prospettive politiche future, perché sono convinto che ci rialzeremo solo se ripartiamo dalla politica.