Nuovo Cda di Veronafiere e quote rosa. La mia risposta ad alcune polemiche


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La polemica che sta accompagnando  la nomina del nuovo cda della Fiera e la sua composizione interna, ha trovato finora un duplice tentativo di giustificazione da parte dell’attuale amministrazione comunale.

Si sostiene, ad esempio, che la querelle da me avviata, senza i riflettori della campagna elettorale, non avrebbe avuto luogo.

Certamente: è proprio il fatto che una competizione elettorale sia in atto e si concluda nel mese di giugno che mi ha fatto dire “giù le mani dalla fiera”. Ed ho argomentato in punta di diritto e calendario alla mano che non solo non sarebbe stata compromessa l’attività dell’Ente ma anzi, nella rispettosa verifica degli esiti elettorali che riguardano il primo socio della Fiera, il Comune, si sarebbe assicurato a Viale del Lavoro un impulso e un contributo nuovi all’Ente che deve affrontare una complessa competizione fieristica nazionale ed internazionale.

Questa mia proposta non è stata avanzata dopo l’insediamento del nuovo Cda, bensì prima. Ed è stata purtroppo ignorata. Così come ignorata è stata la domanda circa l’utilità di aumentare i componenti dello stesso Cda che a mio modo di vedere appesantiscono i costi (e i tempi) dell’amministrazione dell’Ente in uno scenario  di grave crisi del Paese.

Resto sorpreso del fatto che si voglia attribuire alla campagna elettorale anche quell’altra – disgiunta – questione che riguarda l’esclusione delle donne negli organismi della Fiera. No: qui la campagna c’entra poco, mentre c’entrano, eccome, violazioni ed esclusioni che reputo assai gravi.

Si è sostenuto, come elemento assolutorio del Comune di Verona, che anche i soci privati non avrebbero  ravvisato  alcun “vulnus” nella decisione di escluderle  dalle nomine in Fiera. Desidero  ribadire con forza che il Comune di Verona socio privato non è.

Si sostiene infine che la professionalità delle donne è “una cosa”, mentre le quote rosa sono “altra cosa”.  Di  questa  norma si può  fare spallucce quanto si vuole: ma a questa norma si è ricorsi  proprio per impedire l’esclusione permanente e reiterata delle donne dai centri vitali nelle amministrazioni e negli enti pubblici.

Per questo trovo irricevibile che si  affermi con sicurezza che Veronafiere, non essendo a controllo pubblico, non ha l’obbligo di rispettare le quote rosa.

Ripeto: forse Veronafiere no, ma il Comune sì. E ho dubbi anche su Veronafiere, la cui natura di Ente pubblico viene utilizzata nello stipulare direttamente accordi con ministeri ed enti in molte rassegne.

Non sono mai stato un nemico della Fiera, anzi: ho lavorato, credo con non qualche trascurabile merito, affinché bilanci e rilancio dell’Ente venissero “assicurati” durante l’inoperatività imposta dal Covid.

Continuare a nascondere gli errori commessi  rubricandoli  dentro il capitolo delle beghe elettorali è un insulto all’evidenza, alla ragione e all’impegno di chi, come me, lavora perché Verona migliori.