Intervento Direzione Regionale PD


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INTERVENTO DIREZIONE REGIONALE PD – 10 ottobre 2020

Vorrei iniziare questa mia riflessione partendo da Luca Zaia, che è riuscito a trasmettere in questi anni l’idea di un uomo concreto, che si occupa sia delle cose quotidiane e sia di quelle più importanti dei veneti.

Una traduzione efficientista veneta del padre padrone.

Passa in secondo piano il fatto che i problemi che è chiamato a risolvere siano a volte il frutto di sue scelte sbagliate o di sue non scelte.

Zaia rappresenta per la stragrande maggioranza dei veneti una sicurezza.

Lui c’è sempre sul luogo dei problemi con la sua felpa, con il suo dialetto, con la sua pacca sulla spalla.

“E’ il nostro governatore” si sentiva dire nei mercati, il nostro Luca, dove nel termine nostro, non stava l’identità del proprio partito, ma stava a significare uno di noi, uno del “Popolo”.

Zaia riesce con il suo linguaggio schietto e all’apparenza concreto a fare breccia nei veneti con una retorica e con una comunicazione persuasiva che fanno leva sui sentimenti e i bisogni delle persone, trasmesse attraverso le tante immagini della televisione e della rete che hanno preso il sopravvento sul merito e sulla ragione.

La sua migliore performance è stata nel periodo Covid, con la diretta televisiva sui canali veneti, dove tutte le mattine informava e spiegava ai veneti la situazione sanitaria e le misure che avrebbe assunto, anche diverse da quelle nazionali.

In quei mesi, gli indici di ascolto sulle dirette di Zaia hanno raggiunto risultati di copertura rilevanti, e l’apprezzamento del suo operato è man mano cresciuto, visto anche il raffronto con quanto stava succedendo in Lombardia.

La sua immagine veniva rilanciata sul piano nazionale e convinceva anche tanti elettori del centro sinistra.

A quel punto il risultato eclatante alle elezioni regionali era assicurato.

Complimenti al vincitore e onore al merito.

E noi?

Noi ci siano persi, fra mancate alleanze, su primarie si o primarie no, su partiti e società civile, sui giovani o donne, le solite discussioni di sempre attorno al nostro ombelico.

Si sarebbe dovuta mettere in campo un’esperienza solida e autorevole e non necessariamente pensando ai soli; oppure si sarebbe dovuto scommettere su un giovane, in una proiezione politica futura, dimostrando una novità elettorale.

Diciamo con franchezza che avendo assunto la certezza della sconfitta, si è lavorato più sul risultato di parte, sul proprio posizionamento personale o di area politica.

Non si è avuto il coraggio di innovare mentre nessuno ce lo impediva.

Purtroppo è andata come non si voleva e abbiamo ottenuto la più grande sconfitta della storia del centro sinistra nel Veneto.

Una somma di errori che a mio modo di vedere sono iniziati prima del lockdown, già nell’estate del 2019, nella mancata discussione politica di come allargare la coalizione non solo a sinistra, dalla mancata volontà di scegliere il candidato attraverso una grande partecipazione dal basso, dalla mancata volontà di investire su giovani preparati che potevano dare l’idea di un rinnovamento, fino forse all’azzardo di una grande lista civica veneta.

Non sono mancate le sollecitazioni e le riflessioni, non solo da parte mia, sia con interviste sui media regionali o con interventi diretti in questa direzione regionale.

Poi siamo arrivati a ridosso delle elezioni con un tempo completamente consumato e con l’indicazione padovana di Lorenzoni, imposta con un voto a maggioranza su proposta del segretario regionale, sperando che quella scelta potesse mobilitare anche nel Veneto il movimento delle Sardine.

Poi è arrivato il lockdown, il Pd e il suo candidato sono andati in letargo e al loro risveglio è diventato evidente a tutti l’errore fatto.

E poi purtroppo il Corona virus colpisce il nostro candidato e a quel  rimangono solo gli atti di vicinanza e di solidarietà.

E’ una ricostruzione forse dura, ma sappiamo tutti che corrisponde alla sequenza dei fatti.

Per questo penso come tanti di voi che la responsabilità di questa pesante sconfitta non sia di Lorenzoni, ma sia delle scelte che si dovevano fare già nell’autunno del 2019, chiamando il nostro popolo ad individuare un percorso, ad aiutarci a scegliere un candidato che crescendo nel tempo attraverso un coinvolgimento dal basso, dai territori, avrebbe potuto poi essere sostenuto dall’esperienza di Governo che stava iniziando.

Le proposte furono fatte, ma al di là di qualche disponibilità, il percorso sembrò a molti già segnato, anche perché lo stesso Lorenzoni e chi lo sosteneva fuori dal Pd, non erano disponibili alle primarie. Già questo ci avrebbe dovuto far riflettere.

Almeno questa volta però non si dica che siamo tutti responsabili, certo lo siamo tutti quando si perde, ma con responsabilità diverse.

E per coerenza evitiamo almeno di scaricare responsabilità su altri dopo essere stati silenziosi o conniventi con quella scelta.

Sentire inoltre dire che la candidatura è stata decisa nelle stanze romane è fuorviante e come al solito rappresenta il tentativo di nascondere la propria incapacità di determinare le cose, per rifugiarsi poi nella colpevolizzazione di Roma.

Impariamo a diventare grandi e autonomi da soli se si vuole, impegnandoci senza secondi fini. Le cose le possiamo cambiare noi, qui dal Veneto, nessuno ce lo impedisce.

Ma per quanto mi riguarda ora finisce qui la critica.

Dobbiamo ripartire, da oggi si deve solo guardare avanti sperando di trovare quel coraggio che non abbiamo avuto in questo ultimo anno.

Provo quindi a tracciare, senza nessuna presunzione, alcuni spunti per una breve riflessione comune.

Nessuno  pensava di battere Zaia nel Veneto per tre ragioni.

Per la forza storica del centro destra nel Veneto, per la forza mediatica e di consenso popolare di Zaia e perché nei 5 anni di opposizione il PD non è riuscito a mettere in campo una proposta alternativa credibile.

Zaia, nel post Covid, non solo raccoglie il consenso di una gestione personalizzata del potere degli ultimi 10 anni di Presidenza del Veneto, ma nella crisi della rappresentanza democratica raccoglie anche le angosce, i sentimenti, le preoccupazioni di un popolo veneto abituato sì a faticare ma anche a star bene, guardando al futuro con speranza.

Per la prima volta il popolo veneto si è sentito debole e in balìa di avvenimenti più grandi di esso, abbandonato a sé stesso, preoccupato della crisi Covid e più in generale della crisi economica e sociale del mondo e del nostro Paese.

Un Veneto preoccupato di dover tornare indietro o di perdere quello che aveva accumulato non solo finanziariamente, ma anche come status sociale.

Quindi i veneti a chi si potevano rivolgere per sentirsi maggiormente protetti?

Diciamolo con franchezza: il PD Veneto in questi anni è risultato estraneo al suo popolo e la sua proiezione politica non è mai stata attrattiva né rassicurante.

Forse solo con il progetto e la candidatura di Massimo Carraro nel 2005 che ottenne il 42,4% si aprì una stagione di speranze, ma siamo nella dimensione Margherita e DS e anche questo ci dovrebbe far riflettere.

Per questo penso che sia giunto il tempo di fare qualcosa di più di una riflessione o di una critica che da troppi anni mettiamo in campo ad ogni sconfitta.

Penso che sia il momento di dirci chiaramente che la sola proposta politica del Partito Democratico è oggi insufficiente a rappresentare un’alternativa credibile al centro destra veneto.

Dobbiamo favorire la messa in campo di una nuova proposta politica veneta, che parli ai veneti in modo diretto, senza mediazioni della politica nazionale e senza che questa interferisca con il PD regionale.

Certo, oggi il Veneto trova in Zaia il suo Strauss di ispirazione bavarese, ma non ha più le banche del territorio, la classe dirigente delle imprese venete parla inglese (altro che dialetto), chiede più Europa e non vuole sentire parlare di dazi.

Il Veneto non è più la locomotiva del nord-est, superata da sempre dalla Lombardia e oggi anche dall’Emilia Romagna.

Anche se oggi molti veneti non se ne rendono ancora conto, scopriranno fra poco le proprie difficoltà sul piano dell’istruzione e della formazione, sul piano finanziario ed economico, sul tema delle imprese e del lavoro.

Le diseguaglianze stanno aumentando e il modello sociale veneto è in difficoltà vera dopo anni di grande tenuta.

Il problema è che mentre Zaia e il suo modello veneto vengono acclamati noi lo contestiamo, senza mettere in campo un’alternativa credibile e quindi sembriamo ideologici e rancorosi.

Zaia racconta oggi ai veneti che con lui tutto ritornerà come prima, che i veneti torneranno a stare meglio, dirà che con lui ritornerà il grande modello veneto pre-crisi.

Ma lui stesso sa che non sarà così, perché tutto sta cambiando e nulla sarà più come prima. Ma quando questo succederà forse se ne sarà andato dal Veneto.

Questo a mio parere è lo spazio politico che dobbiamo occupare: dobbiamo raccontare e comunicare in modo adeguato che il Veneto potrà tornare grande se immaginerà e progetterà un nuovo modello economico e un nuovo modello sociale.

Va favorita la rappresentazione di un nuovo Veneto, riformista, europeista e moderno, autonomo ma non populista, concreto, che racconti ai veneti obiettivi chiari da raggiungere, per stare al passo delle principali regioni europee.

Pochi obiettivi, concreti, da raggiungere declinandoli in modo comprensibile dentro un progetto di grande respiro internazionale. Il Veneto può ritornare al successo se scommette sul futuro e sull’innovazione e non sulle paure e sulla difesa.

Un soggetto che rappresenti concretamente nuovi modelli di sviluppo economico ambientale, una nuova integrazione formativa tra istruzione e lavoro, una nuova organizzazione della macchina pubblica regionale, nuovi servizi per accompagnare imprese e cittadini nel mondo, un nuovo modello di welfare, una politica estera veneta per attrarre investimenti internazionali e portare la nostra regione al centro delle relazioni economiche europee.

Zaia ha rappresentato al meglio in questi anni la difesa del modello tradizionale Veneto di fronte alla stabilità dei processi economici e sociali.

Il tema ora non è criticare quella scelta, che va rispettata e compresa, ma di mettere in campo un’alternativa credibile per un Veneto che sta cambiando. Perché il mondo sta cambiando.

E il cambiamento non può essere gestito da chi ha interpretato seppur al meglio il vecchio modello del passato.

Né può essere rappresentato solo dal PD che non si è guadagnato sul campo una credibilità in Veneto.

Per questo dobbiamo, come partito, aiutare a far nascere nella nostra regione un grande movimento veneto riformista e moderno che si apra a tutti quei mondi che non arriverebbero direttamente al PD.

Certo ci vuole un leader, anticipo l’osservazione.

Lo troveremo, basta non pensare che sia sufficiente selezionarlo attraverso la carta d’identità.

Dovrà invece essere il leader delle competenze e della passione, che quando parla risulti credibile, autonomo quanto basta da Roma e riconosciuto forte non perché antagonista, un leader aggregante anche per quelli che in questi anni non si sono riconosciuti nella proposta del PD.

Un leader che chiede ai veneti di scommettere con lui sul futuro, perché il modello veneto di Zaia e della Lega è alla fine del suo percorso ed è il tempo di una nuova sfida per riportare il Veneto ad essere protagonista in Italia, in Europa e nel Mondo.

Utilizziamo i prossimi mesi per aprire una nuova stagione di progetti e di cantieri, chiediamo ai vari settori della società veneta, anche lontani da noi, di aiutarci nella definizione di nuovi obiettivi e progetti. Confrontiamoci con le migliori esperienze nazionali ed europee.

Diamo l’idea che stiamo facendo sul serio, che vogliamo non criticare il passato ma cambiare il Veneto in meglio, per davvero.

E poi, come partito, prepariamoci al nuovo congresso regionale con lo spirito di servizio rispetto a qualcosa di nuovo che dovrà nascere.

Una nuova scommessa politica che ci potrà trovare partecipi ma non necessariamente protagonisti in prima persona.

Lasciatemi concludere con una frase importante e quanto mai attuale di Aldo Moro nel suo ultimo intervento ai gruppi parlamentari il 28 febbraio del 1978:

“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità.

Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso.

Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà”.

Ecco, questa è la nostra dimensione attuale da dove ripartire.

Gianni Dal Moro