DL Rilancio: Dichiarazione di voto


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Presidente, Colleghi,

non ho condiviso in queste settimane i toni troppo “barricaderi” del nuovo Presidente di Confindustria Bonomi, ma su una cosa ha ragione, occorre da parte di tutti un bagno di realtà.

La realtà è che la crisi è molto dura e per l’Italia sarà più difficile uscirne rispetto ad altri Paesi Europei, come confermano le più autorevoli fonti.

Siamo in recessione da un lungo periodo e non abbiamo ancora recuperato quello che abbiamo perso nel 2008.

Forse solo nel 2023 la maggioranza delle PMI potrà sperare di aver recuperato quanto perso nel 2020.

La crisi con l’autunno investirà non meno del 35% delle PMI italiane in modo importante.

Per questo la realtà ci dovrebbe portare a dire che l’autunno sarà complicato, più del previsto e che per questo dovremmo tutti essere impegnati a fare provvedimenti strutturali e riforme vere, rompendo tabù e schemi del passato, cercando di anticipare la ripresa, partendo da un assunto incontestabile: se non ripartono le imprese, non riparte l’economia, andranno in crisi le banche, il rapporto debito/PIL diventerà drammatico, la disoccupazione finiti gli ammortizzatori tornerà a salire, e se i mercati perderanno la fiducia anche per la BCE diventerà dura salvarci.

Noi oggi possiamo passare alla storia o come il Parlamento che non è riuscito a salvare il Paese e che l’ha accompagnato in una svendita economica e culturale, oppure essere ricordati, per quel Parlamento che pur nelle divisioni, ha evitato che la nave affondasse, che ha affrontato un mare in tempesta remando tutti dalla stessa parte, indipendentemente dalle posizioni politiche dentro e fuori i partiti.

Se andrà male, non ci guadagnerà nessuno, perché come disse qualcuno più autorevole di me: sulle disgrazie non si costruisce il futuro per nessuno.

Occorre per questo essere realisti sapendo che dobbiamo mettere le mani a fondo nel motore, facendo scelte forti, alcune anche innovative, definendo progetti strutturali di immediata applicabilità.

Purtroppo, lo dico con amarezza ma con responsabilità, in questi mesi, travolti dall’emergenza senza precedenti, ci siamo concentrati sui temi economici di tampone che rispondevano ad un’esigenza certamente prioritaria, intervenendo per assicurare un minimo di reddito, erogando contributi, ampliando gli interventi sugli ammortizzatori sociali, bloccando i mutui.

Il primo obiettivo era sopravvivere.

Ma su questo fronte le cose non sono andate sempre bene.

Lo sappiamo, le risposte dell’INPS, del credito in generale, della burocrazia, non hanno aiutato, anzi.

Dall’inizio di questa crisi economica era comunque evidente a molti, che a fianco degli interventi a favore di lavoratori e famiglie occorreva intervenire in un nuovo quadro macro economico con proposte organiche a sostegno delle imprese, PMI in particolare.

Questo doveva avvenire attraverso tre provvedimenti principali:

1.        Assicurare liquidità alle imprese attraverso prestiti

2.        Erogare finanziamenti a fondo perduto

3.        Assicurare continuità aziendale e aiutare le imprese a non chiudere in perdita i bilanci 2020

Tre provvedimenti orizzontali di sistema sui quali poi calare i diversi interventi verticali di settore.

Sul fronte della liquidità alle imprese la scelta ha riscontrato delle difficoltà sin dall’inizio sia per i tempi troppo stretti previsti di restituzione dei finanziamenti,  che per le difficoltà di risposta delle banche, che sono state per troppo tempo con il freno a mano tirato.

Per fortuna nel DL Liquidità, siamo intervenuti nell’allungare i tempi di restituzione dei prestiti e le banche, non tutte, hanno migliorato le loro procedure, almeno nei finanziamenti fino a 30 mila euro.

Purtroppo ad oggi la possibilità per le imprese  con un fatturato fino a 3.2 mil di ottenere un finanziamento pari al 25% dello stesso loro fatturato potendolo restituire oltre 10 anni e fino ad un massimo di 30 con la copertura delle garanzie pubbliche pari al 80% oltre ad eventuali interventi Confidi  come approvato nel DL Liquidità, è rimasto ancora lettera morta ed è passato più di un mese dall’approvazione della legge.

Ecco, un secondo aspetto della realtà è questo: la velocità mancata.

La velocità con la quale si fanno atterrare nella realtà i provvedimenti è direttamente proporzionale alla buona riuscita di qualsiasi idea o norma.

Le procedure rimangono lunghe, le responsabilità quasi intatte.

Mi auguro che il MEF e il MCC diano quanto prima indicazioni precise alle banche. Le circolari ABI del 6 e 12 giugno sono troppo generiche e le banche rispondono che non sanno nulla.

Se a settembre le PMI fino a 3,2 milioni di fatturato non avranno ricevuto sul conto corrente il finanziamento che gli è dovuto a seguito dell’approvazione dell’articolo 13 comma 1 lettera d) sarà un dramma, vero e reale.

L’accesso al credito, in modo semplice e veloce, non solo rappresenta un elemento importante per la tenuta del sistema produttivo del Paese, ma rappresenta soprattutto nei momenti di crisi o di cambiamento un elemento fondamentale per la tenuta delle democrazie.

Sul fronte dei contributi a fondo perduto, qualcosa è stato fatto, ma in modo distonico.

Il Governo ha deciso con un fondo perduto di ristorare tutte le PMI fino a 5 milioni di euro per una parte del loro mancato guadagno prendendo come riferimento il mese di aprile 2020 raffrontato sullo stesso mese del 2019.

E perché solo il raffronto con il mese di aprile?

Il sistema delle imprese è stato colpito durante il coronavirus in modo diverso: chi di più nel mese di marzo, chi di aprile, chi di maggio o giugno.

Dipende dalla stagionalità dei loro prodotti o servizi, dipende dalla tipologia dei loro mercati, dipende da fattori climatici ed economici.

Perché tutte le altre aziende sempre fino a 5 milioni di fatturato che hanno subito la maggiore perdita nei mesi di marzo o maggio, o giugno non possono avere lo stesso trattamento di chi ha perso di più nel mese di aprile?

Scegliere un mese rispetto ad un altro è ingiusto e discriminante, perché vuol dire aiutare alcuni settori rispetto ad altri, ma su questo mi auguro che il Governo dopo aver comunque risposto, quasi in tempi veloci alla domanda di contributo a fondo perduto, sappia correggere velocemente.

E poi rimane il tema della continuità aziendale che se in parte abbiamo risolto, sterilizzando fino a settembre del 2021 l’obbligo di portare i libri in tribunale in caso di perdita superiore a 2/3 del capitale e senza la copertura dei soci, dall’altro non ha risolto il problema  delle perdite civilistiche per le imprese nel periodo 2020 che rimarranno iscritte a bilancio.

Quest’anno a causa della pandemia molte aziende avranno una perdita di almeno il 50% del loro fatturato, molte avranno un calo superiore del 60 – 70 – 80%.

Certamente avranno fatto risparmi e contenute le spese, avranno utilizzato la cassa integrazione e il credito d’imposta.

Ma questa riduzione di costi non sarà sufficiente per portare i propri bilanci 2020 in pareggio.

Secondo stime attendibili un milione di imprese (15% delle PMI) dovranno o coprire le perdite immettendo (i soci) soldi o portare i libri in tribunale o, speriamo di no, consegnarsi a chi bussando alle loro porte si proporrà di risolvere i loro problemi assicurando liquidità immediata di dubbia provenienza in cambio della cessione dell’attività.

Evitare questo si poteva e si può ancora, consentendo alle imprese che le spese fisse di un’azienda possano essere ammortizzabili in più anni e non solo nell’anno 2020.

Il MEF dopo aver dato parere favorevole allo stesso emendamento nel DL Liquidità ha dato parere contrario nel DL Rilancio eccependo che secondo la Ragioneria questa norma avrebbe un costo per lo Stato di 1.700 milioni, mentre nel DL Liquidità la quantificazione della Ragioneria sullo stesso emendamento fu di 5 milioni.

Ora chiedo a voi cari colleghi tramite lei Presidente, al di là del merito, come fa la Ragioneria a cambiare il suo parere a distanza di poche settimane sullo stesso emendamento passando da 5 a 1.700 milioni.

O la politica e il Parlamento si riappropriano delle loro prerogative o diversamente la burocrazia rimarrà il vero e irrisolto problema di questo Paese.

Non è solo un cambiamento di norme, è un problema di ritornare a rivendicare il primato della politica.

E poi sul merito, l’emendamento non avrebbe avuto nessun costo per lo Stato, anzi avrebbe creato risparmi, come sostenuto da molti autorevoli esperti.

Non ci voleva molto a capire che se le imprese chiuderanno i bilanci in forte perdita non pagheranno Ires e lo Stato non incasserà nulla.

Se invece porteranno i libri in tribunale lo Stato dovrà farsi carico di costi sociali ed economici enormi perché circa 3 milioni di persone (media 3 dipendenti per impresa) perderanno il posto di lavoro oltre alle perdite per i fornitori coinvolti a catena.

Sono preoccupato si, forse troppo, ma da piccolo imprenditore che da diversi anni siede in questo Parlamento, penso che sia giunto il momento per invertire la rotta: occorre cari colleghi che tutti assieme riprendiamo il primato della politica.

Ho sempre creduto nel primato della politica e nella forza dei partiti e so bene che fuori da questo recinto ci può essere solo improvvisazione e destabilizzazione.

Mi auguro che i partiti e le istituzioni possano riprendersi il primato delle scelte politiche nei confronti della burocrazia e della finanza, potrebbe essere per tutti l’occasione per recuperare quella credibilità che ci è molto spesso negata  dai cittadini per i nostri troppi errori del passato.

So bene che alcune cose positive sono previste nel provvedimento in votazione, in primis il 110% di credito fiscale nel settore dell’edilizia e che il Parlamento pur con risorse esigue ha cercato di intervenire a sostegno di altri settori.

Voglio ancora sperare in un recupero di attenzione nei confronti del mondo delle imprese e delle PMI in particolare da parte del mio Governo e del mio Partito nei prossimi provvedimenti.

E per questo pur nella criticità di giudizio sul provvedimento in votazione, in dissenso dal gruppo, mi asterrò dal voto.

Gianni Dal Moro

Deputato del Partito Democratico