Dell’Aringa: Riflessioni sul Jobs Act


facebook

RIFLESSIONI SU JOBS ACT DI CARLO DELL’ARINGA, DEPUTATO PD.

La legge Delega si divide in varie parti. Qui di seguito vengono svolte riflessioni sui seguenti punti :

-Ammortizzatori sociali

- Politiche attive

- Rapporti di lavoro

- Conciliazione lavoro-famiglia

 

 

AMMORTIZZATORI SOCIALI

 

Questa parte è strettamente collegata con quella sulle politiche attive. Il principio ispiratore è la costruzione di un welfare del lavoro di carattere universale, ma al contempo condizionato. Cosa significa condizionato ?

Innanzitutto i posti di lavoro per i quali si concede la CIG, devono essere effettivamente recuperabili a condizioni di mercato. Cioè non si possono sussidiare posti di lavoro di imprese “decotte”.

In secondo luogo i beneficiari dei sussidi devono rendersi disponibili agli interventi di politica attiva , previsti dalla legge.

Nello specifico, nella parte che riguarda la CIG straordinaria, questa viene esclusa in caso di cessazione dell’attività dell’azienda. Questa era la norma originaria della delega così come era entrata alla Camera. In Commissione Lavoro si è cercato di darle un’impronta meno perentoria. Si è partiti dalla considerazione che le crisi aziendalisono ancora tante e occorrerà affrontarle con criteri flessibili. Un emendamento approvato dallaCommissione e accolto dal Governo, stabilisce che la cessazione della attività deve essere “definitiva” (e solo una volta accertato il carattere definitivo, si esclude un ulteriore ricorso alla CIG straordinaria). Il decreto attuativo specificherà cosa si dovrà intendere per “definitiva”. In ogni caso la correzione permetterà di affrontare anche i casi di cessazione con qualche margine di manovra.

Si prevede inoltre che il costo di finanziamento della CIG ricada maggiormente sulle imprese e sui settori che ne fanno maggiormente uso. Forme di “experience rating” ( un principio che stabilisce : paga chi utilizza) sono già presenti nei nostriammortizzatori. La delega rafforza questaassunzione di responsabilità da parte di chi fa un maggiore utilizzo degli istituti di sostegno del reddito.

Nella stessa direzione, va la norma che condiziona l’utilizzo della CIG al fatto di avere utilizzato, all’interno dell’azienda, tutte le possibili forme ,contrattuali e di legge, di riduzione dell’orario di lavoro. Le risorse pubbliche, cioè, vanno utilizzate quando effettivamente sonoindispensabili

Infine la Delega affida al Governo il compito di rivedere la stessa articolazione degli interventi che sono previsti dalla attuale legislazione.

Si ricordi che in base alla Legge Fornero, nel 2016 dovrà essere abrogata la Cassa Integrazione in Deroga e che nel 2017 dovrà essere abrogato l’istituto della Mobilità . Nel frattempo sono stati costituiti i Fondi di Solidarietà che dovranno svolgere le funzioni della Cassa Ordinaria per i settori che oggi ne sono privi. Ricordiamo che, a regime, rimarranno scoperte le aziende con meno di 15 dipendenti ( che oggi godono della Cassa in deroga). Per loro non dovrebbe più esserci alcun sostegno in forma di CIG. Il punto è : si tratta di una decisione su cui è opportuno tornare ?

Per gli ammortizzatori da utilizzare in costanza di rapporto di lavoro (CIG, Fondi, ecc. ecc.), di cui si è trattato sinora, attualmente esiste un mosaico di istituti che sono in continua evoluzione. Il parlamento affida al Governo la possibilità di intervenire per meglio organizzare e precisare tempi e contenuti del sistema che andrà a regime.

Ma le novità maggiori sono nel campo degli ammortizzatori per i lavoratori che sono stati licenziati e sono senza lavoro. Si intende, in questo caso rafforzare l’ASPI.

In primo luogo la Delega affida al Governo il compito di creare un unico istituto che metta insieme l’ASPI e il MINIASPI. Quest’ultimo era stato introdotto dalla Riforma Fornero in sostituzione del sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti. Il MINIASPI oggi è concesso con criteri diversi dall’ASPI ( diversi i requisiti per avere accesso, diverse le prestazioni, ecc ). Il Parlamento delega il Governo ad intervenire e a fare ordine. Non ci dovrà essere più soluzione di continuità tra MINIASPI e ASPI. Ci dovrà essere un unico istituto che raggruppa entrambi. Un’unica indennità di disoccupazione di carattere assicurativo ( finanziata dai contributi a carico di lavoratore e azienda).

Al contempo si vuole legare la durata massima di concessione del nuovo sussidio di disoccupazione all’ammontare dei contributi versati e cioè allaanzianità di lavoro del disoccupato. Si vuole rafforzare in questo modo il carattere assicurativo dell’indennità di disoccupazione ordinaria, perpremiare la continuità della attività lavorativa.

Si vuole poi, in una prospettiva di medio periodo, introdurre anche in Italia, un sussidio di disoccupazione di carattere assistenziale, a carico della fiscalità generale, da erogare ai disoccupati che , avendo esaurito la durata massima dell’ASPI oppure non avendo raggiunto i requisiti contributivi per accedere all’ASPI, si trovano tuttavia in condizioni di povertà.

Questo è un istituto che esiste in quasi tutti i Paesidell’OCSE. E’ parecchio costoso per il bilancio pubblico ed è questo il motivo per cui, dove esiste, è fortemente condizionato all’obbligo del disoccupato di cercare attivamente lavoro e diaccettare “qualsiasi” lavoro che viene offerto dai servizi pubblici per l’occupazione.

Quindi questa scelta di introdurre un reddito minimo in Italia, rispecchia la scelta fatta da quei Paesi che legano il reddito minimo alla ricerca/accettazione del lavoro e non solo alle condizioni di bisogno. Ciò non toglie che ,accanto a questo istituto, quando ci sarà, vi sia anche un sostegno a favore dei poveri legato essenzialmente alle condizioni di bisogno (“prova dei mezzi). Ma è significativa la scelta del JobsAct di puntare decisamente ad un welfare “condizionato”. E’ la scelta fatta in Germania con le riforme Hartz che hanno spostato – dieci anni fa – quasi tre milioni di persone povere chegodevano di “ pura” assistenza, ad una assistenza condizionata alla ricerca attiva di un lavoro . Soprattutto sono stati attivate persone con sussidio per invalidità. Una volta accertata la idoneità a fare un lavoro di almeno 15 ore alla settimana, centinaia di migliaia di costoro sono stati avviati alavori che prevedevano anche salari bassi , ma che potevano essere integrati da ulteriori sussidi e aiuti economici in caso di condizione di indigenza.

Nonostante questo, la spesa in Germania perquesta assistenza “condizionata” è elevata e non si sa quando noi potremo disporre di risorseanaloghe ( diversi miliardi) per introdurla anche nel nostro paese.

Una condizione imprescindibile è quella di passare da una politica puramente passiva e risarcitoria, ad una politica attiva . Ed è quanto hanno fatto in Germania e in quei Paesi, come Francia e Gran Bretagna, dove un forte impegno a favore dei lavoratori che non possono godere delnormale sussidio di disoccupazione, è accompagnato da strumenti efficaci di politica attiva e di attivazione. In questi tre grandi Paesi lo strumento principale è costituito da una Agenzia Nazionale che ha il compito sia di erogare i sussidi , sia di verificare che i beneficiari cerchino attivamente lavoro , nonché di assisterli in questa ricerca.

Questo è il motivo per cui il Jobs Act si propone di costituire anche in Italia un Agenzia Nazionale per l’Occupazione. Nel momento in cui si vuole tendere verso un welfare universale, è giusto accompagnarlo con efficaci strumenti che ne garantiscano la condizionalità.

 

 

POLITICHE ATTIVE

 

La proposta di costituire una Agenzia Nazionale non è nuova. Una norma che delegava il Governo a costituirla, era inserita anche nella Legge Fornero, ma non se ne fece niente. Come mai ?

Innanzitutto vediamo le norme contenute nella legge delega che definiscono le finalità e le caratteristiche di questa Agenzia.

La Agenzia deve essere partecipata da Stato e Regioni. Il coinvolgimento delle parti sociali è solo nella fase di indirizzo. Ad essa spettano compiti gestionali nel campo delle politiche attive, dei servizi per l’impiego e dell’ASPI. Richiede una razionalizzazione delle strutture esistenti del Ministero del Lavoro, degli enti strumentali del Ministero ( Isfol e Italia Lavoro). Deve garantire le sinergie tra strutture pubbliche (Centri per l’Impiego, oggi gestiti dalle province) e le strutture private (agenzie private, enti bilaterali, centri di formazione, terzo settore, ecc.). E’ previsto un forte raccordo tra Agenzia e INPS, anche se non è chiaro se le strutture dell’INPS che gestiscono i sussidi e la struttura dell’Agenzia che svolge l’attivazione dei beneficiari debbano alla fine essere unificate in un unico soggetto istituzionale.

E’ abbastanza chiaro che il modello è quello dei Paesi che da tempo ormai hanno cercato ( con qualche successo) di integrare le due funzioni fondamentali, quella passiva di sostegno del reddito e quella attiva di ricollocazione del beneficiari del sussidio. Ma andrà definito il modello di “governance” di questa Agenzia. Cosa vuol dire che sarà partecipata da Stato e Regioni ? Sarà una unica Agenzia Nazionale con le sue strutture dislocate sul territorio( gli attuali Centri per l’Impiego) ? Oppure al livello nazionale sarà riservato solo un ruolo di indirizzo e di definizione dei “livelli essenziali delle prestazioni” lasciando la gestione in mano alle singole Regioni ? E, in questo caso, alle Regioniverrà attribuita la competenza di gestire l’Aspi, in modo da integrare le politiche attive con quelle passive ? In definitiva ci sarà una unica Agenzia Nazionale per la gestione delle politiche oppure ci saranno 20 Agenzie Regionali, con qualche coordinamento e monitoraggio nazionale ?

Quest’ultimo modello, in parte , era stato già previsto dalla riforma Fornero. Le Regioni , da cui in ultima istanza dipendono, per competenza, iCentri per l’Impiego (ma la cui effettiva gestione è decentrata alle province) avrebbero dovuto effettuare un lavoro di attivazione nei confronti dei beneficiari dei sussidi. Ma non lo hanno mai fatto. In parte per mancanza di risorse umane ,finanziarie e organizzative, ma anche per mancanza dei giusti incentivi. I Centri, gestiti dalle Province, non sentono come proprio compito quello di condizionare il godimento del sussidio ( gestito da un altro Ente, l’INPS) alla ricerca attiva di lavoro da parte del beneficiario e alla accettazione di offerte di lavoro (che tra l’altro, i Centri fanno enorme fatica a raccoglierepresso le imprese).

Non è un caso che negli altri Paesi sia stata creatauna unica struttura per gestire sia i sussidi che le politiche di attivazione e abbiano anche investito molte risorse per rendere queste strutture in gradodi raccogliere presso le imprese le informazioni sui posti vacanti ( senza le quali non si fa politica di attivazione) .

La legge delega non ha potuto esplicitare in modo esaustivo l’integrazione istituzionale delle politiche attive e passive a causa dell’attuale titolo V della Costituzione che attribuisce le competenze gestionali dei servizi per l’impiegoalle Regioni. Anche nel progetto di riforma costituzionale, attualmente in discussione in Parlamento, il superamento delle competenze regionali concorrenti in materia di lavoro non è avvenuto, come molti si aspettavano e speravano.Infatti anche ora dal testo della riforma risulta molto complesso togliere alle Regioni le competenze in materia di servizi per l’impiego.

Il progetto di Agenzia Nazionale rimane per ora sulla carta e, a meno di una forte disponibilità da parte delle Regioni, che per ora non si intravede,si rischia di ripercorrere un cammino che sinora è stato inconcludente.

 

 

RAPPORTI DI LAVORO.

 

Il comma 7 è dedicato alla semplificazione, modifica ed eventuale soppressione delle forme contrattuali, al fine di sviluppare quantità, ma soprattutto qualità dell’occupazione.

Si tratta del comma che dovrebbe indurre il Governo ad emanare norme di contenimento delle forme di lavoro maggiormente precario e di stimolo, nei confronti delle imprese, a fare assunzioni utilizzando il contratto a tempo indeterminato, come la forma normale e comune di rapporto di lavoro.

Per quanto la legge delega non specifichi i tipi di contratti di lavoro che andranno modificati o superati definitivamente, il senso delle indicazioni date al legislatore delegato è di combattere le forme contrattuali che danno meno garanzie ai giovani, come ad esempio le collaborazioni coordinate e continuative . Non si esclude naturalmente di intensificare la lotta alle “false partite IVA”, che già la Legge Fornero aveva iniziato e che ha portato già a qualche successo, sia pure parziale.

Ma lo strumento principale che il Parlamento e soprattutto il Governo intendono utilizzare per combattere il precariato è abbassare gli ostacoli che oggi si frappongono alla utilizzazione del contratto a tempo indeterminato. Tra questi ostacoli vi è certamente anche l’art.18. Per lo meno le aziende hanno sempre sostenuto che questo è un ostacolo. Certamente non è l’ostacolo principale, come riconosciuto anche da molti imprenditori. Studi economici e statistici condotti sulla materia indicano nell’art.18 solo una delle ragioni che inducono le aziende a fare un usomaggiore di contratti precari e che inducono le aziende piccole a non superare la soglia dei 15 dipendenti, necessaria per l’applicazione dell’art.18. Altri e più importanti fattori entrano in gioco nello spiegare questi comportamenti delle imprese.

Ma è altrettanto chiaro che vi è un numero consistente di aziende sopra i 15 dipendenti, per le quali, invece, l’esistenza dell’art. 18 rappresenta una remora in più all’utilizzo del contratto a tempo indeterminato. Si è voluto così togliere un “alibi” alle imprese, che non potranno più invocare il vincolo dell’obbligo alla reintegra in caso di licenziamento (illegittimo) per motivi economici , per giustificare il mancato utilizzo di contratti più stabili.

Accompagnando la revisione dell’art. 18 coi forti incentivi di natura fiscale previsti nella legge di stabilità, non vi è dubbio che si sta costruendo un pacchetto di misure che determinerà certamente un cambiamento di comportamento da parte delle imprese che utilizzeranno il contratto a tempo indeterminato in misura ben maggiore di quantoabbiano fatto in passato.

Ma vi è un altro motivo altrettanto importante per modificare l’art. 18 ed è costituito dalla necessità di rendere più chiara e meno soggetta a dubbi interpretativi la norma della Legge Fornero. Si ricordi tra l’altro che era stata questa riforma a modificare sostanzialmente l’art. 18, rendendo il diritto alla reintegra sul posto di lavoro non più automatico in caso di licenziamento illegittimo, ma condizionato ad un giudizio del giudice sulla gravità del comportamento dell’azienda che aveva licenziato il lavoratore.

Questo potere discrezionale del giudice che doveva ad esempio decidere se il fatto denunciato dal datore di lavoro per giustificare il licenziamento era caratterizzato da “manifesta insussistenza”, aveva dato luogo a sentenze non univoche, ma che riflettevano le diverse interpretazioni della norma.

L’incertezza sull’esito dei giudizi disturba le imprese e viene vista come un costo aggiuntivo, che si aggiunge a quelli che già l’impresa deve sostenere.

Compito del legislatore delegato è di rendere più chiare le norme. Da un lato l’obbligo della reintegra verrà abrogato nel caso di licenziamenti di natura economica.

Verrà ridotto a specifiche fattispecie nel caso di licenziamento ingiustificato di natura disciplinare ( oltre che discriminatorio). Questo è un punto delicato, perché su questo punto si è trovato un equilibrio tra le diverse posizioni politiche che si sono confrontate all’interno della maggioranza di Governo. E’ chiaro che la reintegra va prevista per casi specifici, ma è altrettanto chiaro che le fattispecie non possono essere ridotte a casi puramente astratti, avulsi dalla realtà, che priverebbero il lavoratore di una effettiva tutela in caso di comportamenti pretestuosi tenuti dal datore di lavoro. La norma della legge Fornero va certamente adattata per ridurre i margini diincertezza, ma alcune caratteristiche di questa norma, come ad esempio la previsione che il diritto alla reintegra rimane quando il fatto materiale contestato non si è in realtà verificato, devono assolutamente rimanere.

Il nuovo art. 18 non dovrebbe essere applicato a quanti sono già occupati a tempo indeterminato. La nuova disciplina si applicherà solo ai lavoratori che verranno assunti dopo l’entrata in vigore del decreto attuativo (presumibilmente dall’inizio del 2015). Tutto questo provocherà unainevitabile segmentazione dei lavoratori all’interno dell’azienda, con alcuni coperti dallevecchie norme e altri da quelle nuove. Si è voluto attuare una riforma graduale riservata ai disoccupati e ai lavoratori con contratti precari o comunque temporanei. A loro infatti si chiede il sacrificio di rinunciare a qualche tutela , pur di avere un contratto stabile con tutte le garanzie di legge e di contratti collettivi. In ogni caso il diverso regime riguarderà soprattutto il licenziamento ingiustificato di natura economica che , anche oggi, con le vecchie regole, si risolve in larga misura con una conciliazione e il conseguente pagamento dell’indennizzo economico.

Anche l’indennizzo economico è comunque destinato a cambiare , sempre e solo per i nuovi assunti. Anzi si può ben dire che il carattere di “tutele crescenti” del contratto a tempo indeterminato riguarda essenzialmente la parte economica e non quella normativa. Cioè l’indennizzo economico che dovrà essere pagato dall’azienda in caso di licenziamento ingiustificato ove non scatti il diritto alla reintegra, dovrà essere “crescente” nell’anzianità. Ad esempio si parla di un indennizzo equivalente a 45 giorni di paga, per ogni anno di anzianità. Invece l’applicazione del nuovo art. 18 non è condizionato ad una anzianità minma( comesembrava in un primo momento e come suggerivano i primi sostenitori del “contratto unico”). Il nuovo art. 18 si applica da subito, appena si viene assunti con contratto a tempo indeterminato (a partire dal nuovo anno).

Il contratto a tutele crescenti e il nuovo art. 18 nonrappresentano l’unico contenuto, ancorché forse il più importante , del comma 7 dell’art 1 della delega. Molti altri istituti vengono toccati. Val la pena ricordare quelli che sono stati maggiormenteoggetto di dibattito e cioè le norme sulle mansioni, il controllo a distanza e il lavoro accessorio. Su tutti e tre le norme sono state portate modifiche al Parlamento.

Sul cosiddetto de-mansionamento ( brutta espressione che però rende bene l’idea di quello che si vuol fare) è passato il principio di flessibilizzare le norme esistenti in modo tale da facilitare i processi di ristrutturazione, si tratta soprattutto di dare la possibilità ai lavoratori di accettare un inquadramento a una qualifica inferiore, pur di conservare il rapporto di lavoro e non andare in esubero. La modifica riguarda la possibilità di un intervento sindacale sulla materia. Il testo è stato emendato in Senato e oral’intervento dei sindacati è limitato alla possibilità di individuare nuove ipotesi di casi in cui il de-mansionamento possa essere effettuato. Questa introdotta al Senato non è una formulazione felice e meglio sarebbe stato adottare quellarecentemente prevista nella legge di riforma della Pubblica Amministrazione dove, per la stessa materia, si rimandava ai contratti nazionali di categoria la possibilità di fissare i criteri generali di applicazione della nuova disciplina.

La stessa proposta era stata fatta ( ma anch’essa rifiutata dal Governo) per la disciplina dei controlli a distanza. L’ individuazione di criteri generali poteva essere attribuita ai contrattinazionali. La legge delega rivede anche in questo caso una norma dello Statuto dei Lavoratori. Il progresso tecnologico è cambiato dal 1970 e un aggiornamento delle norme in materia è quanto mai giustificato. La correzione del testo della Delega, che ha visto il Governo d’accordo, è stata fatta in Commissione Lavoro della Camera dove si è specificato che la revisione della disciplina del controllo a distanza non deve riguardare i lavoratori in quanto tali, bensì gli impianti e gli strumenti di lavoro. E’ una specificazione utile ,che pur lasciando margini di applicazione ancora ampi, tuttavia rafforza il segnale importante che la stessa delega lancia e sottolinea, e cioè che la nuova disciplina deve trovare un vincolo ineliminabile nella riservatezza e nella dignità del lavoratore.

Da ultima la norma sul lavoro accessorio ( che utilizza i famosi “voucher”); in questo caso ha destato qualche preoccupazione l’intenzione , come si legge nella Delega, di estenderne il campo di applicazione, in apparente contrasto con la intenzione di contenere l’utilizzo di contratti troppo flessibili, che componenti di precarietà. Il governo ha accettato un emendamento proposto in Senato e un altro proposto alla camera, che rappresentano dei “paletti” utili. Il Governo può allargare l’utilizzo dei voucher, ma deve farlo entro certi limiti e soprattutto – lo si dice chiaramente – in coerenza di quanto affermato in altre parti della delega, che impongono il superamento di forme contrattuali incompatibilicon l’obiettivo di favorire lavori stabili e garantiti.

L’ultimo argomento riguarda gli aspetti economici del rapporto di lavoro. Si tratta della norma che affida al governo la possibilità di introdurre un salario minimo per legge. Le parti sociali e soprattutto i sindacati si sono dichiarati contrari a questa norma che, dal loro punto di vista, solo in parte condivisibile, toglie importanza e ruolo alla contrattazione nazionale di categoria. La norma è stata già modificata al Senato nell’emendamento presentato dallo stesso Governo. Ora la nuova norma recita che il salario minimo per legge verrà eventualmente introdotto solo per quei settori che non hanno un contratto nazionale. Se si riducesse a questo, si tratterebbe di poca cosa, perché quasi tutti i lavoratori godono, direttamente o indirettamente, della copertura di un contratto nazionale.

Più interessante la parte della norma che prevedela applicazione del salario minimo ai parasubordinati. La norma riflette un vecchio progetto presentato anche nelle precedenti legislature. Si tratterebbe di un intervento molto utile, in grado di dare dignità a molti lavori che oggi sono sottopagati. Peraltro l’intervento è di difficile attuazione. Sotto il profilo giuridico non sarà semplice applicare il salario minimo (che è in genere commisurato ad una unità di tempo : ora lavorata) ad un istituto, il lavoro parasubordinato, che per definizione è svincolato da un orario di lavoro. E questa è la difficoltà che ha impedito ai precedenti progetti di trovare concreta applicazione.

 

 

CONCILIAZIONE LAVORO FAMIGLIA

 

I commi 8 e 9 contengono le norme che favoriscono la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro.

Innanzitutto va sottolineato che in Commissione Lavoro della Camera si è introdotto un emendamento, accettato dal Governo , che cambia sensibilmente le finalità della delega su questo punto. Infatti il sostegno “alla genitorialità” è stato cambiato in “sostegno alle cure parentali”. Un cambiamento importante che rende giustizia ai bisogni di sostegno familiare che non riguardano solo i figli, ma tutti coloro, a partire dalle persone anziane, che hanno bisogno di un aiuto.

Per quanto riguarda gli indirizzi che vengonoassegnati al Governo su questa materia, si segnalano obiettivi molto importanti, che avranno bisogno di risorse per essere raggiunti; in caso contrario sono destinati a rimanere sulla carta. Si riportano gli esempi più importanti.

Il carattere universale che si vuole assegnare allaindennità di maternità; la prospettiva è di estenderla a chi ne è privo e in particolare alle lavoratrici madri “parasubordinate” , anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro.

L’introduzione di un credito di imposta, inteso ad incentivare il lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, che abbiano figli minori o figli disabili non autosufficienti.

L’incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo.

La possibilità di cessione di ferie annuali retribuite a colleghi con figli minori malati che richiedono la presenza fisica.

L’introduzione di congedi dedicati alle donne inserite nei percorsi relativi alla violenza di genere.

 

 

BREVI OSSERVZIONI CONCLUSIVE

 

Il breve riassunto della Delega e i commenti che sono stati svolti in questa nota non hanno carattere esaustivo.

Sono però sufficienti per dare un giudizio positivo della legge Delega . Certamente molto dipenderà dal contenuto dei decreti delegati, dalla capacità del Governo di implementarli e dalle risorse che saranno messe a disposizione.

In prima battuta saranno messe a disposizione, in Legge di Stabilità, risorse per circa un miliardo e mezzo per il potenziamento dell’ASPI e circa tre miliardi per incentivare le imprese ad assumere lavoratori a tempo indeterminato. Si tratta di risorse elevate , che nessun Governo aveva in passato dedicato a questi due importanti capitoli di spesa.

Un più esteso sostegno del reddito dei lavoratori disoccupati e una maggiore percentuale di lavoratori con un contratto stabile, rappresentano passi importanti nella riforma del mercato del lavoro e contribuiscono a dare sollievo e anche maggiore fiducia alle famiglie.

La delega contiene certamente più disposizioni a favore del “welfare” e della “occupabilità” dei lavoratori che non disposizioni a favore delle imprese in termini di flessibilità del rapporto di lavoro. Con le innovazioni in termini di flessibilità, il nostro mercato del lavoro saràcomunque classificato come tra i più flessibili tra quelli dell’area Euro e questa anche a prezzo diqualche sacrificio chiesto ai lavoratori.

Ma ricordiamo anche che quello che vieneconsiderato il sacrificio più elevato, la rinuncia al diritto alla reintegra in caso di licenziamento ingiustificato di natura economica, sarà sopportato soprattutto da quei giovani che , grazie ai nuovi incentivi alle assunzioni, potranno passare dalla disoccupazione, o dalla inattività o dalla precarietà, ad un lavoro stabile. Un lavoro un poco meno garantito che in passato , ma che continua ad essere la principale aspirazione dei giovani e che da domani sarà maggiormente alla loro portata.